Sopracciglio

Fin da quando ero bambino, ho sempre desiderato scrivere un libro. Un romanzo, un saggio, una biografia, un’enciclopedia. Avrei abbracciato qualunque genere, pur di scrivere un libro tutto mio. Ho dimenticato quale sia stato il primo che abbia letto, non ricordo nemmeno l’ultimo, ho sempre avuto una pessima memoria. Forse è anche per questo che ho sempre desiderato scrivere più di ogni altra cosa.

Alla scuola elementare raccontai alla maestra della mia ambizione letteraria. Inaspettatamente, non si mise a ridere, anzi, prese molto sul serio la cosa. Mi disse che per scrivere un buon libro avrei dovuto anzitutto trovare una frase ad effetto, un gioco pirotecnico di parole con cui iniziare a raccontare quel che avevo da dire. Quello sarebbe stato l’incipit del mio libro. Rimasi un po’ deluso. Prima di tutto non riuscii a capire perché una storia dovesse avere un inizio. Quando si racconta la vita di qualcuno, si fa coincidere l’inizio della storia con la nascita di quella persona. Se avessi dovuto raccontare la mia vita, non avrei saputo trovare il punto di partenza, per quanto avessi indietreggiato a carponi lungo il filo dei ricordi, non sarei riuscito a raggiungere l’estremo dal quale poter iniziare. A partire da un punto tutt’altro che certo, avrei trovato un groviglio di nodi sconosciuti che nemmeno tutta la pazienza del mondo avrebbe potuto sciogliere. In secondo luogo, mi resi presto conto di non avere proprio nulla da raccontare. Desideravo solo poter brandire delle pagine di carta stampata, annusarle e inebriarmi dell’inconfondibile odore delle mie parole, mostrarle a tutti e urlare: “Ecco! Questo l’ho scritto io, è il mmmio libro”. Mio è una parola languida, voluttuosa. Possedere è il piacere dell’io. Ah! Se solo avessi avuto qualcosa da scrivere!

Le scuole medie furono un vero inferno. In tre anni non riuscii a trovare un solo amico, vivevo ai margini della classe come una quinta parete. I miei voti erano molto buoni, più alti di quelli dei miei compagni, ma nessuno sembrava farci troppo caso, come se si trattasse di un fatto scontato. Nessuno si aspettava qualcosa di diverso dalla persona che davo l’impressione di essere. Capitava alcune volte, durante le lezioni di educazione artistica, che fossi preso da un’insana voglia di urlare a squarciagola. Avrei voluto alzarmi, rovesciare il banco, la sedia e dare fiato alle trombe. I polmoni avrebbero scaraventato a mezz’aria tutta la rabbia e il rancore che provavo verso quel nulla che non avevo ancora imparato a conoscere e che forse non avrei capito mai. Ovviamente non feci mai niente di simile, neppure io potevo aspettare da me stesso qualcosa di diverso dall’immagine luccicante che tanto avevo ammirato, riflessa negli occhi pieni di speranza di quei piccoli, sventurati uomini di buona volontà.

Il terzo anno era iniziato ormai da più di due mesi, quando il professore di italiano si ammalò di broncopolmonite. In cambio ci mandarono una supplente proveniente dalla parte opposta del paese. Aveva quasi quarant’anni, non si era mai sposata ed aveva una passione per certe calze dai disegni bizzarri. Era capace di sfoggiare orgogliosamente i modelli di calze da donna più imbarazzanti che abbia visto nella mia vita, mai lo stesso modello due giorni di seguito. Nessuno sarebbe stato in grado di concepire una simile varietà di forme e colori senza prima averne visti degli esemplari con i propri occhi. Ci dissero che il professore sarebbe stato assente da scuola per almeno un mese. Tutti i miei compagni ne furono rattristati, perché il professore era molto buono e disponibile con la nostra classe e non videro di buon occhio l’arrivo di quella donna dall’aspetto così inusuale. Ben presto iniziarono a detestarla, quasi fosse la causa della malattia del nostro professore. Io invece provai subito simpatia per la nuova arrivata – fa sempre bene un po’ di aria fresca – pensai. Diversamente dai miei colleghi, non avevo nulla da difendere con i denti e con le unghie. Alla mia vita era stata impartita una direzione netta, ineluttabile, così chiara e nitida da non lasciar spazio al pensiero che avrei potuto avere un’alternativa. L’arrivo della nuova supplente rappresentò quantomeno un divertente imprevisto. Inciampai senza trovare alcun ingombro sulla mia strada, come un miraggio, lei era possibilità.

In un giorno come tanti, una donna sulla quarantina, con gli occhiali dalla montatura spessa alla Buddy Holly e una giacca di tweed con le toppe sotto i gomiti, impresse una svolta alla mia inerte adolescenza.
Andai a casa, mi misi a scrivere all’impazzata come non facevo più da secoli, come forse non avevo mai fatto prima. Un amore ritrovato, svolsi i compiti a casa. Tema: Il mio sopracciglio sinistro.

Despair

Drifting in and out, through the fuddled surface of unconsciousness. Life is frowning, gazing steadily at my rusty bones. I finally think, I think I’ve figured it out. It hurts at first but then it fades away, as time goes by, I’ll end up covered in clay. Shared sufferings make neither a friend nor an enemy. You could know that love is nothing but a word, and still manage to reclaim some joys. I’m stuck in the shadows, waiting for tomorrow’s sun, with the longest night yet to come. Now and then, here and there, there is nothing I can say. This is my affliction, this is my despair.

Vanessa

Il treno attraversa il bosco a tutta velocità. Non si era mai visto un treno in un bosco. Al suo passaggio, i rami spogli degli alberi si agitano e si contorcono come anime in preda ad atroci sofferenze. Il vagone è vuoto, ad ogni minima variazione di traiettoria le porte finiscono con lo sbattere a destra e a manca. Dal vetro del finestrino logoro e appannato, è appena possibile scorgere un impasto di luci e ombre schizzare in direzione opposta alla carrozza. Mi avvicino a un punto tale da schiacciare il naso contro quella superficie gelida, per cercare di avere una visione più chiara. Eccolo, in un attimo. Una piccola radura, uno spiazzo del tutto scevro da alberi o arbusti, un prato dal manto erboso raso e curato. Al centro, una piccola capanna in muratura, candida come la neve. Il tetto è sfasciato, le lamiere arrugginite e divelte lasciano intravedere al suo interno un’oscurità compatta e inafferrabile. Tutto in un attimo. Ecco spuntare dal retro una coppia di cervi dallo sguardo impaurito, le corna dello stesso candore dei muri della capanna. Un bianco accecante, non potrei sopportarlo nemmeno per un secondo. I miei occhi inizierebbero a liquefarsi e a colare fuori dalle orbite, se solo osassi ammirare un simile candore. Dietro il velo della paura, dagli occhi dei due animali trapela una profonda e risoluta tristezza. Sono colto da un senso di angoscia e di inquietudine, per un attimo sono anch’io un cervo triste e impaurito che vaga in una radura sul far del tramonto. In un attimo, mi accascio a terra e muoio.

Una farfalla sbatte le proprie ali nere e arancioni ondeggiando a pochi centimetri da terra. Un battito d’ali è un gesto assolutamente comune per una farfalla, un gesto destinato ad essere ripetuto ancora e ancora. La farfalla si posa su un filo d’erba, come per riposarsi un istante, ma un istante è decisamente troppo poco per riposarsi, un istante è impossibile da cogliere. Un treno impazzito sta correndo lungo i binari, sembra non volersi fermare per nessun motivo.

Depensiero

Il linguaggio è mera astrazione. Il livello di tale astrazione è direttamente proporzionale alla sua aderenza alla realtà sensibile, il concreto.

Nulla si può pensare, tutto è pensato. Il pensiero è da considerarsi un sottoprodotto del linguaggio, l’errore è lo scarto che rimane dal suo prodursi. La sovrapposizione di questa molteplicità di errori, somma o differenza che dir si voglia, costituisce il rumore. Tutto è rumore, l’essenza di ogni cosa giace in questo tappeto di indefinite differenze.
Indefinite, si, perché resta il fatto che il concreto sia esso stesso un’astrazione, la più grande, la più volgare. È un circolo vizioso, un loop in(de)finito.

Certo, il problema di fondo è la necessità di dare una definizione del termine astrazione, necessità che si può tranquillamente tradurre in impossibilità. Ed è qui che finalmente cade il pensiero. Non è possibile fare una filosofia del pensiero, tuttavia non è nemmeno possibile non farla, mettendo in conto l’incapacità di attuare un’efficace decostruzione del concetto di pensiero in termini non filosofici. Il pensiero non può fare a meno di cadere in piedi.
Il depensiero, il pensiero decostruito, è quindi legato indissolubilmente al pensiero stesso, il loro rapporto è dualistico, ma non si dà alcuna contrapposizione.

Continuiamo a lanciare la moneta, ma essa cade sempre di taglio. Finalmente siamo giunti ad una inconclusione.